«E ora come faremo senza barbari?»
Noi, migranti viaggiatori del Mediterraneo (e oltre)

Si narra delle archeologie del Mediterraneo raccontate dall’«isola più grande del mondo», la Sardegna. Archeologie non sempre innocenti, con studi spesso strumento di colonialismo, di nazionalismo e di chiusure; al contrario le storie antiche ci raccontano del Mediterraneo come spazio di confini mobili, di contatti, ma anche di conflitti, che generano nuove storie pronte a rimetterci in discussione. Archeologie utili a capire il passato, indispensabili per affrontare il presente e per cercare di cambiare il futuro.

In sostanza, un racconto di partenze e di ritorni, di naufragi e di approdi: dalla nave di Uluburun, con il suo carico di merci, alla Sea Watch, con il suo carico di migranti navigatori.

 

Alfonso Stiglitz (1954)
Sono un archeologo e svolgo la mia attività scientifica in Sardegna con particolare attenzione al Golfo di Oristano e a quello di Cagliari. Da oltre quarant’anni indago e scavo in questi spazi; sono direttore del Museo Civico di San Vero Milis e condirettore scientifico degli scavi del Museo nei siti archeologici di s’Urachi e Serra is Araus a San Vero Milis e dello scavo che l’Università di Cagliari conduce sulla Sella del Diavolo a Cagliari, nell’area del tempio di Astarte. Mi occupo soprattutto della Sardegna del I millennio a. C. e dei suoi rapporti con il Mediterraneo orientale, con particolare riferimento al tema degli incontri tra culture nel mondo antico, all’organizzazione dello spazio urbano e ai suoi rapporti con l’hinterland.

Ho pubblicato una settantina di lavori scientifici e svolgo un’intensa attività di condivisione sociale delle conoscenze.